19 June 2006

TV-fonini del canone!

Categoria: Tecnologia

TV-fonini del canone!
Complici i mondiali di calcio a fare da traino alle vendite, dopo il recente sbarco della TV sui telefonini, ci si attrezza già ad ampliare l’offerta. E’ infatti attivo dal 9 giugno il primo format di informazione nato per la piattaforma mobile, il Tg3 Break, brevi “pillole informative” curate dal Tg3, in forma di mini-TG destinato a telefonini e web, con edizioni di 4 minuti l’una ed una rassegna stampa giornaliera.

L’iniziativa, che segna un’importante punto di partenza per altri investimenti, non è stata però accolta da tutti favorevolmente. In seguito all’introduzione di questo nuovo servizio “micro-televisivo”, infatti, molti consumatori e associazioni si pongono un dubbio, di cui l’ADUC (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) si è fatta portavoce presso il Ministero dell’Economia e quello delle Comunicazioni: «Visto che la tassa per il possesso di un apparecchio atto a ricevere trasmissioni televisive (il “canone” o “abbonamento”) è obbligatorio pagarla come per qualunque altra tassa, cosa succederà in questo caso?»

Fortunatamente, la norma che impone il pagamento del canone RAI stabilisce che basta un solo pagamento per ogni famiglia, indipendentemente dal numero di apparecchi posseduti dai diversi componenti del medesimo nucleo famigliare. Considerando valido questo presupposto, ogni titolare di TV-fonino sarebbe tenuto pagare questa tassa solo se non appartenente ad un nucleo famigliare che già paga il balzello RAI.

Questo almeno in teoria. L’ADUC ritiene quindi importante che questo dubbio venga presto chiarito, perché «serve a rendere ancor più chiaro - per chi ne avesse ancora bisogno - cosa significa il pagamento di questa tassa/balzello per il finanziamento di una TV di Stato che già gli italiani da tempo hanno chiesto sia privatizzata. Per quanto ci riguarda - aggiunge l’associazione - continueremo nella nostra battaglia per l’abolizione di questa tassa, con iniziative anche a livello parlamentare, e a partire dalla nostra petizione che si può firmare in Internet».

In UK, dove i TV-fonini sono una realtà già da diverso tempo, viene riscosso un canone TV su questi “nuovi cellulari”, con leggi che perseguono coloro che utilizzano questi telefonini pur dichiarando di non far uso della televisione.

16 June 2006

Informatica ai Paesi poveri: un pericolo?

Categoria: Tecnologia

Informatica ai Paesi poveri: un pericolo?
Dopo i numerosi progetti aventi per scopo la creazione di un “computer a basso costo” (come ad esempio il progetto One Laptop Per Child) destinato agli utenti delle aree del Terzo Mondo e dei Paesi in via di sviluppo, una doccia fredda è arrivata da Eugene Kaspersky, direttore dell’omonimo Kaspersky Labs, laboratorio di ricerca antivirus, secondo cui - in breve - la diffusione dell’informatica nei Paesi in via di sviluppo incoraggerà l’uso malevolo di Internet.

La diffusione dei PC a basso costo nei Paesi poveri costituirebbe, infatti, un rischio per i Paesi più ricchi: la condizione di precarietà economica, unita all’assenza di solide prospettive di sviluppo individuale, è il terreno ideale per lo sviluppo di attività criminali via Internet, quali la diffusione di virus, worm e malware. È questo quanto è espresso dal direttore di Kaspersky Labs in un articolo pubblicato sul sito ufficiale dell’azienda produttrice d’antivirus.

In base a recenti stime, il numero complessivo di programmi identificabili come “malware” (virus, worm, trojan, ecc.) è aumentato drasticamente negli ultimi due anni. Un dato che Kaspersky correla con la diffusione delle tecnologie informatiche nei Paesi più poveri, dove le attività criminali ai danni di vittime lontane, raggiungibili via Internet, rappresenta una possibilità di guadagno facile e sicuro.

«Tutti quei progetti per dare computer a basso costo nei paesi del terzo mondo - scrive Kaspersky - ci fanno preoccupare: incoraggiano le attività criminali su Internet […] La maggior parte dei software malevoli viene realizzata in Cina, in America Latina, Russia ed Europa dell’Est».

E la minaccia va ben oltre la diffusione di virus, come sostiene Kaspersky: oggi il termine malware «indica tutta una serie di attività criminali su Internet, dal racket degli attacchi DDOS fino all’uso di programmi per il phishing e la sottrazione di informazioni personali e finanziarie».

Le tesi di Kaspersky hanno, come prevedibile, suscitato reazioni di opposta natura: molti sostengono la limpidezza del suo pensiero, basato sull’analisi di fatti e dati incontrovertibili.
Ma molte sono state anche di sdegno, soprattutto da parte di alcuni esponenti della stampa specialistica. John Leyden scrive sul britannico The Register, in risposta a Kaspersky: «Cosa dire di tutti gli effetti benefici dovuti alla diffusione dell’informatica nei Paesi in via di sviluppo? Messi su una bilancia, gli aspetti positivi dell’informatica a basso costo sono sicuramente maggiori rispetto a quelli negativi dovuti alla possibilità di un uso illegittimo della tecnologia».

Intanto, le aziende informatiche (tra cui Microsoft, che ha deciso di puntare sul cosiddetto “PC a carte prepagate”) e le associazioni (ONU, università di vari Paesi, governi, ecc.) coinvolte nei progetti per i Paesi poveri sono sempre più numerose. La ricerca e lo sviluppo puntano oggi su architetture software open-source, dai costi ridotti e dalle possibilità illimitate di aggiornamento gratuito e personalizzazione: un modello che tuttavia non riesce ancora ad avere successo.

14 June 2006

Attenti alla volpe!

Categoria: Informatica

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Molti utenti sono abituati a ritenere Firefox il miglior browser attualmente disponibile. Come dargli torto: è gratis, e di fronte ai continui problemi di sicurezza legati ad Internet Explorer, oltre che ai continui subissamenti di banner e spyware, Firefox appare sicuramente una soluzione più “pulita” e gradevole, oltre che largamente più sicura e veloce.

Un altrettando elevato numero di utenti, però, si dimentica che nell’informatica, come in molti altri ambiti, la sicurezza non ci viene regalata in un pacco dono, ma va costruita: è dimostrato come configurazioni errate dei software e comportamenti a rischio possano comportare vaste problematiche di sicurezza e lesione della privacy.

Così avviene anche nel caso del browser preferito da molti (me compreso). Ad esempio, esiste una funzionalità di cui la maggior parte degli utenti probabilmente non è a conoscenza e che può riservare qualche piccola preoccupazione: il sistema di Password Storing (immagazzinamento password).

Per cullare la comodità dell’utente (una delle principali piaghe della sicurezza!), infatti, Firefox ha la possibilità di registrare nome utente e password per i siti più frequentati. Al contrario di Internet Explorer, però, il figlio di casa Mozilla dà anche la possibilità di mostrare direttamente utente e password a chiunque ne faccia semplice richiesta. Se infatti accediamo al menu "Tools (Strumenti)" -> "Options (Opzioni)" -> "Privacy" -> "Passwords" -> "View Saved Passwords (Mostra password salvate)", ci viene mostrata un’inquetante schermata, con un elenco (in chiaro!) di tutti i nomi utente e password registrati dal browser fin dal primo utilizzo.

A questo punto è evidente come qualunque utente che abbia accesso al nostro PC può in pochi istanti impadronirsi di tutte le nostre più segrete credenziali, cosa che, soprattutto in un ambito di computer condiviso, come in ufficio, costituisce un’importante fonte di rischio.

Per fornire una maggiore sicurezza, Firefox fornisce comunque una password che protegge questo “portachiavi riservato”, che verrà richiesta al primo utilizzo delle credenziali. Anche questa, come ogni altra password salvata, può però essere recuperata da utenti malintenzionati con l’utilizzo di appositi tool, anche se con maggiore difficoltà.

Come al solito, dunque, la soluzione migliore rimane quella “scomoda”, cioè quella di inserire le password di accesso ai servizi di volta in volta, senza permettere al browser di salvarle in locale.

8 June 2006

Equo compenso: poco equo, molto compenso

Equo compenso: poco equo, molto compenso
In un precedente post si è parlato del diritto dell’utente di farsi una copia privata di un supporto originale in suo possesso (CD, DVD, cassetta, ecc..), regolarmente acquistato.

In quel post era emerso un aspetto piuttosto sconosciuto a molti: quello del cosiddetto “equo compenso”, un gabella (ma guai a chiamarla tassa!) dal sapore d’angheria, imposta ai consumatori all’acquisto di un CD o altro supporto, anche vergine.

Cos’è.
Nel 1992 (legge n.93 del 5 febbraio, modificato dal D.L. del 9 aprile 2003, n.68) si è stabilito di introdurre, data l’impossibilità pratica di controllare chi compie atti di sfruttamento privato a fini di lucro, un sistema di compensazione per i titolari dei diritti, calcolato forfetariamente, che copra tutti i possibli atti di sfruttamento illecito di video e musica, ma che ricade su tutti, colpevoli e non.

L’Associazione italiana per la difesa del diritto d’autore tiene a precisare che trattasi appunto di “equo compenso”, non di “tassa”. Come si legge sul sito, infatti, «il vocabolo [tassa] sta a indicare un “tributo pagato allo stato o a un ente pubblico dai privati cittadini per usufruire di particolari servizi” (definizione tratta dal dizionario Devoto Oli) e ciò evidentemente non è il caso in questione. Chi utilizza questo termine lo fa impropriamente». Un insulso sofismo per ribadire un concetto semplice: cari consumatori, pagate la gabella, ma non chiamatela tassa.

Sempre la stessa Associazione tiene poi a precisare come l’equo compenso non centri nulla con la pirateria, «un termine enfatico» che si riferisce ad un «fenomeno di contraffazione organizzata», a differenza della copia privata, che invece è «funzionale all’autoconsumo dell’esemplare che dalla riproduzione risulta». Però l’utente paga, anche se non svolge attività di pirateria, perché altri lo fanno.

Il sistema non è stato attuato solo in Italia, ma il nostro Paese è uno di quelli in cui la gabella è più elevata, soprattutto dopo che nel 2003 le italiche tariffe sono state “riviste”, cioè aumentate, allineandole agli altri Paesi d’Europa, ovviamente prendendo a modello i più cari, Francia e Germania. Da segnalare che gli unici Paesi europei nei quali non viene applicato l’equo compenso, e in cui dunque si può sperare di acquistare prodotti tecnologici a prezzi più bassi, sono Regno Unito (mai provato ad acquistare su Internet videogiochi in UK?), Irlanda, Lussemburgo, Cipro e Malta.

I costi.
Il “compenso” è costituito da una maggiorazione sul prezzo al rivenditore o da un importo fisso sul prezzo di supporti (CD, DVD, ecc…) e apparecchi idonei alla registrazione analogica o digitale (masterizzatori, videoregistratori, ma anche scanner).

Dopo la revisione al rialzo della gabella attuata nel 2003, si sono stabiliti questi importi:

  • supporti audio analogici: 0,23 euro per ogni ora di registrazione;
  • supporti audio digitali dedicati (minidisc, CD-R audio e CD-RW audio): 0,29 euro per ora di registrazione;
  • supporti digitali non dedicati (CD-R dati e CD-RW dati): 0,23 euro ogni 650MB;
  • memorie digitali dedicate audio, fisse o trasferibili (flash memory e cartucce per lettori MP3 e analoghi): 0,36 euro ogni 64MB;
  • supporti video analogici: 0,29 euro per ciascuna ora di registrazione;
  • supporti video digitali dedicati (DVHS, DVD-R video e DVD-RW video): 0,29 euro per ora;
  • supporti digitali idonei alla registrazione di fonogrammi e videogrammi (quali DVD Ram, DVD-R e DVD-RW): 0,87 euro ogni 4,7GB;
  • apparecchi esclusivamente destinati alla registrazione analogica o digitale audio o video: 3% dei relativi prezzi di listino al rivenditore.

A chi vanno i soldi.
Il compenso è incassato dalla S.I.A.E. (Società Italiana Autori ed Editori ), che provvede a suddividere tra i suoi associati la quota spettante agli autori.

In particolare, per supporti ed apparecchi di registrazione audio, le quote sono:
- 50% agli autori
- 25% ai produttori di fonogrammi
- 25% agli artisti interpreti o esecutori

Mentre per supporti ed apparecchi di registrazione video sono:
- 30% agli autori
- 70% in tre parti uguali ai produttori originari di opere audiovisive, ai produttori di videogrammi, agli artisti interpreti o esecutori.

Gli effetti sul mercato.
Paradossalmente, sembra ormai dimostrato come l’equo compenso danneggi gli stessi artisti, almeno stando ad uno studio presentato a Bruxelles dalla CLRA (Copyright Levies Reform Alliance, un gruppo industriale che comprende numerosissime società tecnologiche): la gabella pagata su supporti e sistemi di registrazione comprimerebbe il mercato, riducendo gli introiti degli autori e dei musicisti. In realtà, quindi, l’equo compenso starebbe rallentando il mercato, con conseguenze negative su tutti, consumatori in primis.

Sempre secondo lo studio, i costi reali del prelievo sui consumatori, sugli artisti e sull’industria in Europa non sono (volutamente?) mai stati studiati a sufficienza. Ogni euro di prelievo, sostengono gli esperti della CLRA, genera 2 euro di costi per l’economia europea, tra mancate vendite e competitività frenata. Come espresse qui sopra, le cifre della gabella sembrano davvero poca cosa, ma è tutta apparenza: solo in ambito UE, lo scorso anno sono stati infatti rastrellati 1,2 miliardi di euro grazie a questa misura, che diventano 2,1 miliardi di euro per consumatori e industria ICT, dato che «se si tiene in considerazione l’impatto dei prelievi sui prezzi, sulla domanda e sulle vendite - spiegano gli esperti della CLRA - l’impatto totale è doppio rispetto alla somma dei prelievi raccolti».

In più, l’equo compenso riduce la vendita di apparecchi digitali, con un conseguente calo della domanda di musica (i cui supporti sono a loro volta tassati). Secondo la CLRA, i player musicali portatili hanno subito un calo delle vendite per 974mila unità a causa del prelievo sul copyright e si è verificata una compressione degli acquisti di musica pari a 1,8 milioni di euro. «Presi insieme - spiega il rapporto - gli effetti diretti e indiretti dei prelievi sui lettori di musica digitale in Francia ammontavano a quasi tre volte la somma raccolta grazie ai prelievi».

E non ci si ferma qui. L’equo compenso, infatti, si applica anche a scanner, stampanti e apparecchi digitali. «I consumatori tedeschi, ad esempio - spiega lo studio CLRA - possono trovarsi a pagare anche 147 euro in più sull’insieme di apparecchiature detenute da una famiglia media, a causa dei prelievi su stampanti, scanner, computer e driver per DVD».

Diritto alla copia privata.
Proprio il pagamento maggiorato sia dei supporti che delle apparecchiature necessarie alla registrazione/riproduzione, basta a confermare (vedasi precedente post) la legittimità dell’utente di crearsi una copia di backup, se regolarmente in possesso del supporto originale. In aggiunta a ciò, l’art. 71-sexies della legge sul diritto di autore prevede che sia consentita la riproduzione privata su qualsiasi supporto, effettuata per uso esclusivamente personale, cioè senza scopo di lucro e senza fini commerciali.

I punti oscuri.
Ma ecco che qui scatta il tranello: infatti, secondo un comma dello stesso articolo, non è possibile effettuare la copia se l’opera originale è protetta da misure tecnologiche. Vale a dire che, pur avendo regolarmente acquistato il CD/DVD (pagando anche la maggiorazione della gabella dell’equo compenso), se questo monta un qualsiasi tipo di protezione perdo il mio diritto alla copia privata! E i soldi da me versati in “compensazione” vanno a farsi benedire.

A questo punto i sofisti dell’Associazione si lanciano in un altro exploit: «Ci potevano essere altre alternative all’equo compenso?», si chiedono con fare quasi sconsolato. E ne propongono due, la prima delle quali è quantomeno ilare (evitando di essere volgari): «Proibire e impedire la copia privata tramite protezioni anticopia». Forse i gentili signori dell’Associazione dimenticano che tali protezioni (peraltro per nulla efficaci contro la pirateria) ci sono già, nonostante i consumatori paghino anche la gabella! Delle due l’una: o si elimina l’equo compenso (e dunque si proteggono i CD) o si eliminano le protezioni (e allora, se necessario, si paga la maggiorazione).

Per fortuna ci viene in soccorso la legge italiana, attraverso il comma 4 dello stesso art. 71-sexies, che prevede infatti che «i titolari dei diritti [d’autore] sono tenuti a consentire che la persona fisica che abbia acquisito il possesso legittimo di esemplari dell’opera o del materiale protetto possa effettuare una copia privata per uso personale». Per cui a ben vedere, secondo questa legge, le protezioni sui supporti sono illecite, a meno che nello stesso CD regolamente acquistato non si acclusa anche un “crack” da usarsi contro la protezione. Paradossi della legislazione, tutto in danno degli onesti acquirenti.

4 June 2006

Cancellate le orme della volpe

Categoria: Informatica

Cancellate le orme della volpe
Torniamo a parlare di Firefox, questa volta per occuparci degli accorgimenti per una navigazione sicura, senza lasciar tracce sui siti visitati o sul computer utilizzato per la navigazione.

Innanzitutto, è bene precisare come navigare in anonimato sia molto importante per difendere la propria privacy, e non per i più o meno loschi scopi che generalmente i media attribuiscono a chi voglia proteggersi. A questo proposito, è da ricordare come, nel caso di azioni illecite perpetrate durante la navigazione, nessun servizio di anonymizing che si rispetti si rende complice: esistono infatti i log, sempre disponibili alle forse dell’ordine preposte.

Premesso questo, entriamo nel vivo dell’argomento. La navigazione, anche la più “innocente”, lascia molte tracce sia sul computer che sui server visitati. Poco male se ciò avvenisse per un solo sito, ma il problema si fa serio quando vengono correlati i dati della navigazione di molti siti, con l’individuazione di informazioni sul PC dell’utente (indirizzo IP, tipo di browser, sistema operativo, programmi installati, ecc.) oppure dati sensibili dell’utente stesso (orientamento politico, religioso, sessuale, ecc.). Questa situazione si aggrava ulteriormente se l’utente opera su un computer condiviso tra più persone, come ad esempio in ufficio.

Per questo motivo Firefox mette a disposizione moltissime estensioni (gratuitamente scaricabili) per garantire un buon livello di protezione durante la navigazione. Eccone alcune tra le più interessanti.

Anonymouser
L’estensione permette di aprire i link utilizzando la modalità normale o quella anonima. Viene utilizzato il sistema di Anonymouse.org, che nasconde le variabili di tipo server contenenti sistema operativo, browser, lingua ed altre informazioni inviate dal browser, che consentono il tracciamento degli utenti tramite operazioni di data-mining.
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Clear Private Data
L’estensione cancella i dati personali raccolti sul computer durante la navigazione con un semplice click del tasto destro del mouse. Vengono cancellate cronologia, cache di navigazione ed altro.
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No-Referrer
Consente di aprire un indirizzo Internet senza inviare il Referrer, ovvero l’URL della pagina di provenienza.
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QuickJava
L’esecuzione di codice Javascript è uno dei problemi della sicurezza in rete. Purtroppo talvolta sono ineliminabili per una corretta navigazione, ma almeno con questa estensione è possibile abilitare e disabilitare velocemente l’esecuzione di codice Javascript della pagina visualizzata tramite una icona presente nella sbarra di stato.
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Stealther
Altra estensione per non lasciare tracce di navigazione in locale. Può essere impostato in avvio (tramite il menu "Tools (Strumenti)" selezionando quali informazioni non mantenere tra history, cookies, downloads, form input e referrers.
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Se avete altre segnalazioni, fatemelo sapere!

2 June 2006

ZipGenius: è il momento di buttare WinZip nel cestino!

Categoria: Software gratis

ZipGenius: è il momento di buttare WinZip nel cestino!
ZipGenius è un programma gratuito molto interessante per la compressione di file, che include in sé un’ampia gamma di caratteristiche davvero eccellenti. Il programma supporta decine di differenti formati di compressione/archiviazione (ZIP, RAR, TGZ, CAB, ecc.), un comodo drag&drop ed un wizard (autocomposizione) intelligente, che permette di prendere da subito confidenza con il software.

ZipGenius è adatto sia agli utenti esperti che ai principianti: basta rispondere ad alcune semplici domande al primo avvio del programma dopo l’installazione, e ad ogni utente verrà proposta la configurazione a lui più adeguata (comunque modificabile in seguito); Per l’utente standard la più consigliata è la modalità “NORMALE”, in cui gran parte delle funzioni è guidata dall’Assistente “Primo Passo”, mentre gli utenti più esperti avranno tutte le funzioni disponibili e potranno fare a meno dell’assistente.

Tra le tante funzionalità, ZipGenius offre differenti livelli di compressione, ampie possibilità di personalizzazione e l’integrazione con Windows Explorer. ZipGenius supporta inoltre la suddivisione degli archivi compressi su più dischi, permette di creare file auto-estraenti (.exe), contiene un modulo statistico e molto altro ancora!

ZipGenius è figlio di Internet: può spedire messaggi via e-mail con interi archivi allegati o con singoli file estratti da archivi, può pubblicare archivi o singoli file su web via FTP e può scaricare file da Internet. Tutto ciò è possibile grazie a FTPGenius, client FTP incorporato in ZipGenius, e a ZipGenius Mail, il modulo per l’invio della posta elettronica con file allegati.

Per chi necessita di una maggiroe sicurezza per i propri archivi (soprattutto considerato che le password che proteggono i file .zip possono essere facilmente recuperate con apposite utility), ZipGenius offre una possibilità in più, denominata CryptoZip, con il quale si possono codificare i file .zip e trasformarli in files .czip scegliendo fra quattro algoritmi (CZIP, Blowfish, Twofish e Rijndael) e tre tipi di archivio (Standard, Autobloccante, Autocancellante). Decisamente più sicuro delle protezioni standard.

Il programma, fatto non trascurabile, è poi completamente gratuito: al momento è decisamente dotato di una marcia in più rispetto ai software concorrenti, soprattuto confrontato con il più famoso WinZip.

ZipGenius, in particolare, introduce molte ed importanti novità:

  1. Supporto ai documenti di OpenOffice/StarOffice. OpenOffice è una suite di programmi per ufficio nata in ambito open source, la cui fama è in costante aumento. I programmi che compongono questa suite producono documenti in un formato particolare: si tratta di files ZIP con una diversa estensione. ZipGenius può aprire tali file per mostrare i file XML che compongono il documento. Inoltre, OpenOffice non usa il livello di compressione massimo offerto dal formato ZIP, perciò con ZipGenius è possibile ottimizzare quei documenti usando il miglior livello di compressione: in questo modo è possibile ridurre le dimensioni di tali documenti di altri 5-10 KB
  2. Integrazione con i principali antivirus. E’ possibile associare a ZipGenius il vostro antivirus di fiducia, permettendo al programma di effettuare una rapida scansione automatica ad ogni apertura di archivio.
  3. Creazione di album fotografici. Grazie all’estensione ZG Album, ZipGenius può creare album fotografici da inviare ad amici e parenti. Gli album possono essere creati direttamente, scegliendo una cartella contenente immagini, oppure dopo l’importazione di immagini da una periferica TWAIN (come una fotocamera digitale, ad esempio). ZG Album è incluso nel setup di ZipGenius Suite e l’installazione è opzionale; chi scarica ZipGenius Standard, può scaricare ZG Album successivamente.
  4. Supporto al formato 7-zip. Il formato di compressione 7-zip, ideato da Igor Pavlov, può essere considerato come il degno successore del formato ZIP, ormai in circolazione da più di dieci anni e sempre più inadeguato alle accresciute esigenze degli utenti. 7-zip è indicato per la creazione di archivi di grandi dimensioni e per la compressione di files multimediali, quali filmati ed MP3.
  5. Supporto alle immagini ISO e NRG. Sempre più spesso si scaricano da Internet immagini ISO o NRG: ZipGenius oggi può leggerle e ne può estrarre i contenuti.
  6. Supporto multilingue. ZipGenius è offerto gratuitamente non più solo in inglese, ma anche in italiano, francese, tedesco, svedese, spagnolo, ecc…

Per scaricare gratuitamente l’ultima versione di ZipGenius, le estensioni, i tool e gli aggiornamenti, clicca qui!

31 May 2006

Copia privata: un diritto!

Copia privata: un diritto!
Farsi una copia ad uso privato (backup) di un CD è lecito? A domanda così semplice, purtoppo non corrisponde una risposta altrettanto lapalissiana. Secondo alcuni teoricamente lo sarebbe ma nella pratica no (e quindi il consumatore viene spogliato di un diritto che viene invece dato per acquisito). Ma la legge italiana potrebbe salvare la situazione.

Poche settimane fa tutto sembrava ormai perduto. Dopo la bocciatura di un tribunale belga, anche una corte francese si era pronunciata contro il diritto del consumatore alla copia privata: in sintesi – secondo la sentenza – ci sarebbe pure una vaga legittimità nella richiesta dei consumatori di potersi fare la copia di riserva di un qualcosa che è stato legittimamente acquistato, ma è fuori discussione che ciò possa avvenire impedendo ai padroni delle idee di proteggere le loro opere. Ancora più in sintesi: fare la copia di un CD è una concessione, ma per farlo è illecito violare le protezioni montate sul CD stesso! La sentenza è doppiamente subdola: infatti, in primo luogo inverte i termini del problema (da “i DRM non possono limitare la copia privata” a “la copia privata non può essere un limite all’uso dei DRM”) e poi crea il concetto di “eccezione” come “non diritto” (cioè, la copia privata non è un diritto, bensì una benevola concessione del titolare dei diritti).

Per fortuna, però, pare che la salvezza per i consumatori, una volta tanto, abbia profumo d’italianità. Il comma 2 dell’art. 64-ter della legge italiana sul diritto d’autore stabilisce infatti un principio estremamente chiaro: non può essere impedito a chi ha il diritto di usare una copia del programma per elaboratore (cioè ne ha acquistato una copia originale) di effettuare una copia di riserva del programma. E’ da sottolineare, poi, che sebbene il 64-ter si riferisca al software, da quasi dieci anni la giurisprudenza ha esteso il vigore dell’art. 64-ter anche alle opere audio-visive, rendendo quindi possibile un’osmosi delle norme a tutela del consumatore.

Permango però due punti importanti da dibattere:

Punto 1: utilità delle protezioni
Con DRM (Digital Rights Management ), il cui significato letterale è gestione dei diritti digitali, si intendono i sistemi tecnologici mediante i quali i titolari di diritti d’autore possono esercitare ed amministrare tali diritti nell’ambiente digitale, grazie alla possibilità proteggere i supporti sui quali stanno le loro opere. Nella realtà, però, è evidente come queste “protezioni” siano di ostacolo solo a chi non ha sufficienti conoscenze in ambito informatico, dato che contro i “malintenzionati” questi tanto osannati sistemi anti-copia risultano inutili. A questo proposito, è bene sottolineare come la legge ammetta la copia ad uso privato e personale, ma bolli come “pirateria” ogni copia fatta a fini di lucro o di distribuzione. Ma se al consumatore la copia è impedita, il diritto muore.

Punto 2: l’equo compenso
Anche soltanto considerando questo punto, appare chiaro come la confusione su questo argomento regni sovrana, per la gioia di chi ha grandi interessi economici in materia. Forse non è noto ai più, ma dal 1992 è in vigore una famigerata “gabella sui supporti” (ma guai a chiamarla tassa!), un “equo compenso” che prevede che nel prezzo dei supporti venga incluso il pagamento della copia personale (esatto, la pagate, anche se poi non siete in grado di farla). Appare quindi ovvio che questa possibilità debba essere concessa, altrimenti il persistente aumento coatto del prezzo dei supporti sarebbe privo di contropartita e, in ultima analisi, di un senso. Pretendere nello stesso tempo di incassare la gabella sui supporti senza consentire la fruizione dell’opera (come avviene oggi) francamente appare indegno.

Concludo con un ultimo appunto per gli amanti dei sofismi: l’Associazione per la difesa del diritto d’autore tiene a precisare come “l’equo compenso” non sia una tassa. «Il vocabolo infatti sta a indicare un “tributo pagato allo stato o a un ente pubblico dai privati cittadini per usufruire di particolari servizi” (definizione tratta dal dizionario Devoto Oli, nondimeno!) e ciò evidentemente non è il caso in questione. Chi utilizza questo termine lo fa impropriamente». Quindi, attenti anche al lessico, consumatori paganti!

28 May 2006

Dammi il dito e ti dirò chi sei

Dammi il dito e ti dirò chi sei
Sono sempre di più le banche che all’ingresso sottopongono i clienti ad una vera e propia indagine alla C.S.I.: videosorveglianza, rilevamenti biometrici (impronte digitali), controlli incrociati, ecc.
Ma tutto questo è legale?

Ebbene, non sempre. O almeno lo è soltanto a determinate condizioni, ben espresse nel recente provvedimento “Istituti di credito - Rilevazione di impronte digitali ed immagini: limiti e garanzie” del 27 ottobre 2005 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 - 22/3/2006) del Garante della privacy.

Il provvedimento ha lo scopo di individuare le misure e gli accorgimenti a garanzia degli utenti, che dovranno essere applicati da tutti gli istituti di credito operanti sul territorio nazionale che intendano avvalersi dei sistemi descritti.

Le circostanze in cui è legale
Nel provvedimento si legge come «un’attività di raccolta indifferenziata di dati particolarmente significativi (quali quelli relativi alle impronte digitali), imposta all’intera clientela degli istituti bancari, non è lecita, tanto più se giustificata solo da una generica esigenza di sicurezza». No quindi all’uso generalizzato di sistemi che associano immagini e impronte digitali. Per poter installare apparecchiature che consentono l’identificazione delle persone attraverso la combinazione di telecamere e di scanner che raccolgono dati biometrici, occorre che si verifichino condizioni di effettivo rischio (ad esempio, che lo sportello sia situato in aree ad alta densità criminale, o isolate o comunque poste nell’immediata prossimità di “vie di fuga”) e che l’obiettivo sia quello esclusivo di elevare il grado di sicurezza di beni e persone.

In mancanza di specifici elementi che comprovino una concreta situazione di elevato rischio «tale attività comporta infatti un sacrificio sproporzionato della sfera di libertà e della dignità delle persone interessate, esponendo, altresì, le stesse a pericolo di abusi in relazione a dati a sé riferibili particolarmente delicati quali sono le impronte digitali».

In più, la sussistenza di circostanze che permettono l’impiego di queste misure deve essere valutata periodicamente: misure non più giustificate devono essere immediatamente cessate o sospese.

Diritti dell’utenza
Ciò non toglie, comunque, che anche se si verificano condizioni che giustificano l’uso di questi sistemi, l’utenza della banca debba essere adeguatamente informata, nonché messa nella condizione di poter esercitare appieno i propri diritti. E ciò prima che i dati siano rilevati e, comunque, prima dell’accesso alla banca tramite varchi a doppia porta o bussole.

La banca deve per legge fornire gli elementi previsti dal Codice (art. 13) anche con formule sintetiche, ma chiare e senza ambiguità. Il Garante ha individuato un modello di informativa “minima” che gli istituti di credito potranno utilizzare in corrispondenza dell’esterno dei varchi di accesso alle strutture della banca, che dovrà essere integrato con un’informativa più ampia esposta all’interno della banca stessa. Queste le due formule proposte dal Garante (clic per ingrandire):

Rilevazione impronta digitale e visiva nformativa rilevazione impronta digitale e visiva

Sempre nel provvedimento, è sottolineato come «la rilevazione delle impronte digitali non può comportare una contrazione della libertà e della dignità degli utenti degli sportelli bancari». In particolare, l’accesso tramite i descritti sistemi di rilevazione deve avvenire predisponendo un meccanismo che, in presenza di una difforme volontà del cliente oppure dell’impossibilità del medesimo di prestarsi alle operazioni di rilevamento in ragione di proprie condizioni personali, gli permetta di accedere comunque all’istituto bancario, magari attraverso un ingresso alternativo, con l’eventuale adozione di cautele rimesse alla ragionevole valutazione dei responsabili della filiale (come, ad esempio, la richiesta di esibizione di un documento d’identità). Secondo il Garante, «sono da ritenersi precluse eventuali pratiche vessatorie o comunque elusive dell’obbligo di consentire l’ingresso senza rilevazione dell’impronta».

Insomma, nonostante il treno della tecnologia non accenni a rallentare la sua corsa, la legge fornisce ancora all’utente una scelta del tutto libera, cosa importante in materia di diritti personali.

26 May 2006

Clonazione bancomat: come farsi rimborsare

Categoria: Truffe e raggiri

Clonazione bancomat: come farsi rimborsare
Terza ed ultima puntata (1, 2) sulle clonazioni di carte di credito e bancomat. Siete stati attenti ad ogni dettaglio, seguito ogni consiglio e - ancora più importante - il vostro buonsenso, ma siete stati ugualmente truffati? Pensiamo allora a farci rimborsare.

Innanzitutto, controllate con attenzione il vostro estratto conto mensile, alla ricerca di addebiti sospetti. Una volta individuati, vi consiglio di utilizzare la seguente procedura per riavere i vostri soldi indietro, in caso di prelievi che disconoscete:

  1. Per prima cosa, bloccate immediatamente la carta bancomat tramite il numero verde fornito dalla vostra banca (se non l’avete già, conviene che vi informiate al più presto, per non trovarvi impreparati in caso di necessità). In questo modo non sarà più possibile effettuare pagamenti e/o prelievi attraverso il bancomat. Non gettate il bancomat in vostro possesso, e prendete nota del numero di blocco che vi danno per telefono. A questo punto la minaccia maggiore e scongiurata.
  2. Anche se per ora non è indispensabile, è consigliabile recarsi presso i Carabinieri una prima volta, per informarli della situazione. Eventualmente è possibile fare una prima denuncia contro ignoti. Informate anche la vostra banca dell’avvenuta clonazione.
  3. Nei giorni successivi controllate con frequenza l’estratto conto, dato che gli addebiti di prelievi (di solito fatti all’estero), arrivano con giorni di ritardo. Calcolate la differenza di giorni che intercorre generalmente tra la data di contabilizzazione e quella del prelievo e quando sono trascorsi circa gli stessi giorni dall’ultimo prelievo truffaldino e non vedete alcun nuovo addebito sospetto, stampate l’estratto conto e andate nuovamente dai Carabinieri per denunciare gli addebiti che disconoscete e fate un totale del maltolto. Se nel frattempo si aggiungeranno nuovi prelievi, sarete costretti a presentare nuova denuncia.
  4. Recatevi presso la vostra banca, e parlate con un responsabile. Fategli presente che non avete eseguito i prelievi/pagamenti indicati. Richiedete quindi il rimborso delle somme in questione. Il rimborso avviene generalmente entro 60 giorni dalla data della richiesta alla banca. In questa occasione è anche possibile richiedere una nuova carta bancomat.

25 May 2006

Clonazione bancomat: come difendersi

Categoria: Truffe e raggiri

Clonazione bancomat: come difendersi
Come promesso nel precedente post, torno ad occuparmi di clonazioni.

Alcuni consigli
Innanzitutto, qualche semplice buona idea per ridurre il rischio di furto o clonazione di bancomat e carte di credito:

  1. Mai tenere il codice PIN e la carta insieme, nel portafoglio o nella borsetta, ma custodirli separatamente, meglio ancora memorizzare il codice. Sembra incredibile, ma c’è ancora chi per ingenua comodità scrive il PIN sulla carta bancomat o di credito o sull’apposita custodia.
  2. Per quanto riguarda le carte di credito, prestare sempre molta cautela nel lasciare i dati per eventuali transazioni via Internet. Come regola molto generale, fidarsi solo di aziende/negozi noti.
  3. Fare attenzione in bar o ristoranti a consegnare la carta di credito a persone che non si conoscono: meglio piuttosto consegnare la carta direttamente alla cassa e averla sempre sott’occhio. Non permettere a camerieri o cassieri di allontanarsi con la nostra carta.
  4. Attenzione alle moderne truffe con il bancomat: se la carta si inceppa nell’apparecchio di prelievo, non abbandonate per nessun motivo lo sportello, fino a quando non siete riusciti a comunicare alla banca il blocco. Molti casi i truffatori simulano questo genere di “incidenti”.
  5. Un margine di sicurezza largamente superiore è dato dagli sportelli bancomat posti all’interno delle banche. Se possibile evitate gli sportelli per la strada, più facilmente manomettibili.
  6. Quando vi viene recapitata a casa, per posta, la nuova carta di credito o il bancomat e il successivo codice PIN, controllate che le buste siano integre e che siano della vostra banca (o di chi emette la carta di credito). Verificate che all’interno non vi siano alterazioni o rotture del cartoncino che contiene la carta.
  7. Non cedete mai la vostra carta e il vostro PIN ad altre persone.

In particolare, quache consiglio specifico se possedete un bancomat:

  1. Estratto conto: controllatelo con attenzione ogni mese, poiché è l’unico modo per accorgersi di eventuali spese mai effettuate. Molto utile a questo scopo la possibilità di Internet banking offerta dalla vostra banca, che vi permette un controllo anche giornaliero sul vostro conto.
  2. Allo sportello, osservare l’apparecchiatura di fronte a voi alla ricerca di anomalie o stranezze. Sulla verticale o diagonale della tastiera può esserci per esempio una microtelecamera.
  3. Bocca della fessura: controllate se la fessura dove si inserisce la tessera bancomat è ben fissa. Se si muove o si stacca potrebbe significare che è stata coperta con uno skimmer.
  4. Tastiera: verificare se anche la tastiera è ben fissa. Spesso i malfattori sovrappongono una loro tastiera fittizia per catturare il codice PIN. In questo caso c’è un gradino di un paio di millimetri.
  5. Codice PIN: digitate il codice nascondendo con il palmo dell’altra mano l’operazione. Nel caso sorgano in voi dei dubbi, non introducete la tessera e non inserire il PIN. Se la manomissione dell’apparecchiatura è evidente chiamate le forze dell’ordine.

E alcuni per i possessori di carta di credito:

  1. Estratto conto: controllatelo con attenzione ogni mese, poiché è l’unico modo per accorgersi di eventuali spese mai effettuate. Molto utile a questo scopo la possibilità di Internet banking offerta dalla vostra banca, che vi permette un controllo anche giornaliero sul vostro conto.
  2. La tessera: non perdetela mai di vista.
  3. Internet: nel caso di acquisti sul web, verificate che la pagina del sito in questione sia sicura (che usi cioè algoritmi di crittografia, contrassegnata da un lucchetto posto sulla parte inferiore destra della finestra). Se così non è, diffidate e non comprate nulla: non avete a che fare con persone serie.
  4. E-mail: se vi arrivano messaggi di posta elettronica dove vi si chiedono dati sensibili relativi alla vostra carta di credito o al conto corrente, non rispondete a nessuna richiesta! Si tratta di phishing, una truffa.

Dato che l’argomento è importante e il discorso necessariamento lungo, rimando al prossimo post alcuni consigli sulle modalità per richiedere (ed ottenere) il rimborso dei soldi che eventualmente ci sono stati sottratti con una clonazione.

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