Copia privata: un diritto!

Farsi una copia ad uso privato (backup) di un CD è lecito? A domanda così semplice, purtoppo non corrisponde una risposta altrettanto lapalissiana. Secondo alcuni teoricamente lo sarebbe ma nella pratica no (e quindi il consumatore viene spogliato di un diritto che viene invece dato per acquisito). Ma la legge italiana potrebbe salvare la situazione.
Poche settimane fa tutto sembrava ormai perduto. Dopo la bocciatura di un tribunale belga, anche una corte francese si era pronunciata contro il diritto del consumatore alla copia privata: in sintesi – secondo la sentenza – ci sarebbe pure una vaga legittimità nella richiesta dei consumatori di potersi fare la copia di riserva di un qualcosa che è stato legittimamente acquistato, ma è fuori discussione che ciò possa avvenire impedendo ai padroni delle idee di proteggere le loro opere. Ancora più in sintesi: fare la copia di un CD è una concessione, ma per farlo è illecito violare le protezioni montate sul CD stesso! La sentenza è doppiamente subdola: infatti, in primo luogo inverte i termini del problema (da “i DRM non possono limitare la copia privata” a “la copia privata non può essere un limite all’uso dei DRM”) e poi crea il concetto di “eccezione” come “non diritto” (cioè, la copia privata non è un diritto, bensì una benevola concessione del titolare dei diritti).
Per fortuna, però, pare che la salvezza per i consumatori, una volta tanto, abbia profumo d’italianità. Il comma 2 dell’art. 64-ter della legge italiana sul diritto d’autore stabilisce infatti un principio estremamente chiaro: non può essere impedito a chi ha il diritto di usare una copia del programma per elaboratore (cioè ne ha acquistato una copia originale) di effettuare una copia di riserva del programma. E’ da sottolineare, poi, che sebbene il 64-ter si riferisca al software, da quasi dieci anni la giurisprudenza ha esteso il vigore dell’art. 64-ter anche alle opere audio-visive, rendendo quindi possibile un’osmosi delle norme a tutela del consumatore.
Permango però due punti importanti da dibattere:
Punto 1: utilità delle protezioni
Con DRM (Digital Rights Management ), il cui significato letterale è gestione dei diritti digitali, si intendono i sistemi tecnologici mediante i quali i titolari di diritti d’autore possono esercitare ed amministrare tali diritti nell’ambiente digitale, grazie alla possibilità proteggere i supporti sui quali stanno le loro opere. Nella realtà, però, è evidente come queste “protezioni” siano di ostacolo solo a chi non ha sufficienti conoscenze in ambito informatico, dato che contro i “malintenzionati” questi tanto osannati sistemi anti-copia risultano inutili. A questo proposito, è bene sottolineare come la legge ammetta la copia ad uso privato e personale, ma bolli come “pirateria” ogni copia fatta a fini di lucro o di distribuzione. Ma se al consumatore la copia è impedita, il diritto muore.
Punto 2: l’equo compenso
Anche soltanto considerando questo punto, appare chiaro come la confusione su questo argomento regni sovrana, per la gioia di chi ha grandi interessi economici in materia. Forse non è noto ai più, ma dal 1992 è in vigore una famigerata “gabella sui supporti” (ma guai a chiamarla tassa!), un “equo compenso” che prevede che nel prezzo dei supporti venga incluso il pagamento della copia personale (esatto, la pagate, anche se poi non siete in grado di farla). Appare quindi ovvio che questa possibilità debba essere concessa, altrimenti il persistente aumento coatto del prezzo dei supporti sarebbe privo di contropartita e, in ultima analisi, di un senso. Pretendere nello stesso tempo di incassare la gabella sui supporti senza consentire la fruizione dell’opera (come avviene oggi) francamente appare indegno.
Concludo con un ultimo appunto per gli amanti dei sofismi: l’Associazione per la difesa del diritto d’autore tiene a precisare come “l’equo compenso” non sia una tassa. «Il vocabolo infatti sta a indicare un “tributo pagato allo stato o a un ente pubblico dai privati cittadini per usufruire di particolari servizi” (definizione tratta dal dizionario Devoto Oli, nondimeno!) e ciò evidentemente non è il caso in questione. Chi utilizza questo termine lo fa impropriamente». Quindi, attenti anche al lessico, consumatori paganti!



