8 June 2006

Equo compenso: poco equo, molto compenso

Equo compenso: poco equo, molto compenso
In un precedente post si è parlato del diritto dell’utente di farsi una copia privata di un supporto originale in suo possesso (CD, DVD, cassetta, ecc..), regolarmente acquistato.

In quel post era emerso un aspetto piuttosto sconosciuto a molti: quello del cosiddetto “equo compenso”, un gabella (ma guai a chiamarla tassa!) dal sapore d’angheria, imposta ai consumatori all’acquisto di un CD o altro supporto, anche vergine.

Cos’è.
Nel 1992 (legge n.93 del 5 febbraio, modificato dal D.L. del 9 aprile 2003, n.68) si è stabilito di introdurre, data l’impossibilità pratica di controllare chi compie atti di sfruttamento privato a fini di lucro, un sistema di compensazione per i titolari dei diritti, calcolato forfetariamente, che copra tutti i possibli atti di sfruttamento illecito di video e musica, ma che ricade su tutti, colpevoli e non.

L’Associazione italiana per la difesa del diritto d’autore tiene a precisare che trattasi appunto di “equo compenso”, non di “tassa”. Come si legge sul sito, infatti, «il vocabolo [tassa] sta a indicare un “tributo pagato allo stato o a un ente pubblico dai privati cittadini per usufruire di particolari servizi” (definizione tratta dal dizionario Devoto Oli) e ciò evidentemente non è il caso in questione. Chi utilizza questo termine lo fa impropriamente». Un insulso sofismo per ribadire un concetto semplice: cari consumatori, pagate la gabella, ma non chiamatela tassa.

Sempre la stessa Associazione tiene poi a precisare come l’equo compenso non centri nulla con la pirateria, «un termine enfatico» che si riferisce ad un «fenomeno di contraffazione organizzata», a differenza della copia privata, che invece è «funzionale all’autoconsumo dell’esemplare che dalla riproduzione risulta». Però l’utente paga, anche se non svolge attività di pirateria, perché altri lo fanno.

Il sistema non è stato attuato solo in Italia, ma il nostro Paese è uno di quelli in cui la gabella è più elevata, soprattutto dopo che nel 2003 le italiche tariffe sono state “riviste”, cioè aumentate, allineandole agli altri Paesi d’Europa, ovviamente prendendo a modello i più cari, Francia e Germania. Da segnalare che gli unici Paesi europei nei quali non viene applicato l’equo compenso, e in cui dunque si può sperare di acquistare prodotti tecnologici a prezzi più bassi, sono Regno Unito (mai provato ad acquistare su Internet videogiochi in UK?), Irlanda, Lussemburgo, Cipro e Malta.

I costi.
Il “compenso” è costituito da una maggiorazione sul prezzo al rivenditore o da un importo fisso sul prezzo di supporti (CD, DVD, ecc…) e apparecchi idonei alla registrazione analogica o digitale (masterizzatori, videoregistratori, ma anche scanner).

Dopo la revisione al rialzo della gabella attuata nel 2003, si sono stabiliti questi importi:

  • supporti audio analogici: 0,23 euro per ogni ora di registrazione;
  • supporti audio digitali dedicati (minidisc, CD-R audio e CD-RW audio): 0,29 euro per ora di registrazione;
  • supporti digitali non dedicati (CD-R dati e CD-RW dati): 0,23 euro ogni 650MB;
  • memorie digitali dedicate audio, fisse o trasferibili (flash memory e cartucce per lettori MP3 e analoghi): 0,36 euro ogni 64MB;
  • supporti video analogici: 0,29 euro per ciascuna ora di registrazione;
  • supporti video digitali dedicati (DVHS, DVD-R video e DVD-RW video): 0,29 euro per ora;
  • supporti digitali idonei alla registrazione di fonogrammi e videogrammi (quali DVD Ram, DVD-R e DVD-RW): 0,87 euro ogni 4,7GB;
  • apparecchi esclusivamente destinati alla registrazione analogica o digitale audio o video: 3% dei relativi prezzi di listino al rivenditore.

A chi vanno i soldi.
Il compenso è incassato dalla S.I.A.E. (Società Italiana Autori ed Editori ), che provvede a suddividere tra i suoi associati la quota spettante agli autori.

In particolare, per supporti ed apparecchi di registrazione audio, le quote sono:
- 50% agli autori
- 25% ai produttori di fonogrammi
- 25% agli artisti interpreti o esecutori

Mentre per supporti ed apparecchi di registrazione video sono:
- 30% agli autori
- 70% in tre parti uguali ai produttori originari di opere audiovisive, ai produttori di videogrammi, agli artisti interpreti o esecutori.

Gli effetti sul mercato.
Paradossalmente, sembra ormai dimostrato come l’equo compenso danneggi gli stessi artisti, almeno stando ad uno studio presentato a Bruxelles dalla CLRA (Copyright Levies Reform Alliance, un gruppo industriale che comprende numerosissime società tecnologiche): la gabella pagata su supporti e sistemi di registrazione comprimerebbe il mercato, riducendo gli introiti degli autori e dei musicisti. In realtà, quindi, l’equo compenso starebbe rallentando il mercato, con conseguenze negative su tutti, consumatori in primis.

Sempre secondo lo studio, i costi reali del prelievo sui consumatori, sugli artisti e sull’industria in Europa non sono (volutamente?) mai stati studiati a sufficienza. Ogni euro di prelievo, sostengono gli esperti della CLRA, genera 2 euro di costi per l’economia europea, tra mancate vendite e competitività frenata. Come espresse qui sopra, le cifre della gabella sembrano davvero poca cosa, ma è tutta apparenza: solo in ambito UE, lo scorso anno sono stati infatti rastrellati 1,2 miliardi di euro grazie a questa misura, che diventano 2,1 miliardi di euro per consumatori e industria ICT, dato che «se si tiene in considerazione l’impatto dei prelievi sui prezzi, sulla domanda e sulle vendite - spiegano gli esperti della CLRA - l’impatto totale è doppio rispetto alla somma dei prelievi raccolti».

In più, l’equo compenso riduce la vendita di apparecchi digitali, con un conseguente calo della domanda di musica (i cui supporti sono a loro volta tassati). Secondo la CLRA, i player musicali portatili hanno subito un calo delle vendite per 974mila unità a causa del prelievo sul copyright e si è verificata una compressione degli acquisti di musica pari a 1,8 milioni di euro. «Presi insieme - spiega il rapporto - gli effetti diretti e indiretti dei prelievi sui lettori di musica digitale in Francia ammontavano a quasi tre volte la somma raccolta grazie ai prelievi».

E non ci si ferma qui. L’equo compenso, infatti, si applica anche a scanner, stampanti e apparecchi digitali. «I consumatori tedeschi, ad esempio - spiega lo studio CLRA - possono trovarsi a pagare anche 147 euro in più sull’insieme di apparecchiature detenute da una famiglia media, a causa dei prelievi su stampanti, scanner, computer e driver per DVD».

Diritto alla copia privata.
Proprio il pagamento maggiorato sia dei supporti che delle apparecchiature necessarie alla registrazione/riproduzione, basta a confermare (vedasi precedente post) la legittimità dell’utente di crearsi una copia di backup, se regolarmente in possesso del supporto originale. In aggiunta a ciò, l’art. 71-sexies della legge sul diritto di autore prevede che sia consentita la riproduzione privata su qualsiasi supporto, effettuata per uso esclusivamente personale, cioè senza scopo di lucro e senza fini commerciali.

I punti oscuri.
Ma ecco che qui scatta il tranello: infatti, secondo un comma dello stesso articolo, non è possibile effettuare la copia se l’opera originale è protetta da misure tecnologiche. Vale a dire che, pur avendo regolarmente acquistato il CD/DVD (pagando anche la maggiorazione della gabella dell’equo compenso), se questo monta un qualsiasi tipo di protezione perdo il mio diritto alla copia privata! E i soldi da me versati in “compensazione” vanno a farsi benedire.

A questo punto i sofisti dell’Associazione si lanciano in un altro exploit: «Ci potevano essere altre alternative all’equo compenso?», si chiedono con fare quasi sconsolato. E ne propongono due, la prima delle quali è quantomeno ilare (evitando di essere volgari): «Proibire e impedire la copia privata tramite protezioni anticopia». Forse i gentili signori dell’Associazione dimenticano che tali protezioni (peraltro per nulla efficaci contro la pirateria) ci sono già, nonostante i consumatori paghino anche la gabella! Delle due l’una: o si elimina l’equo compenso (e dunque si proteggono i CD) o si eliminano le protezioni (e allora, se necessario, si paga la maggiorazione).

Per fortuna ci viene in soccorso la legge italiana, attraverso il comma 4 dello stesso art. 71-sexies, che prevede infatti che «i titolari dei diritti [d’autore] sono tenuti a consentire che la persona fisica che abbia acquisito il possesso legittimo di esemplari dell’opera o del materiale protetto possa effettuare una copia privata per uso personale». Per cui a ben vedere, secondo questa legge, le protezioni sui supporti sono illecite, a meno che nello stesso CD regolamente acquistato non si acclusa anche un “crack” da usarsi contro la protezione. Paradossi della legislazione, tutto in danno degli onesti acquirenti.

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