16 June 2006

Informatica ai Paesi poveri: un pericolo?

Categoria: Tecnologia

Informatica ai Paesi poveri: un pericolo?
Dopo i numerosi progetti aventi per scopo la creazione di un “computer a basso costo” (come ad esempio il progetto One Laptop Per Child) destinato agli utenti delle aree del Terzo Mondo e dei Paesi in via di sviluppo, una doccia fredda è arrivata da Eugene Kaspersky, direttore dell’omonimo Kaspersky Labs, laboratorio di ricerca antivirus, secondo cui - in breve - la diffusione dell’informatica nei Paesi in via di sviluppo incoraggerà l’uso malevolo di Internet.

La diffusione dei PC a basso costo nei Paesi poveri costituirebbe, infatti, un rischio per i Paesi più ricchi: la condizione di precarietà economica, unita all’assenza di solide prospettive di sviluppo individuale, è il terreno ideale per lo sviluppo di attività criminali via Internet, quali la diffusione di virus, worm e malware. È questo quanto è espresso dal direttore di Kaspersky Labs in un articolo pubblicato sul sito ufficiale dell’azienda produttrice d’antivirus.

In base a recenti stime, il numero complessivo di programmi identificabili come “malware” (virus, worm, trojan, ecc.) è aumentato drasticamente negli ultimi due anni. Un dato che Kaspersky correla con la diffusione delle tecnologie informatiche nei Paesi più poveri, dove le attività criminali ai danni di vittime lontane, raggiungibili via Internet, rappresenta una possibilità di guadagno facile e sicuro.

«Tutti quei progetti per dare computer a basso costo nei paesi del terzo mondo - scrive Kaspersky - ci fanno preoccupare: incoraggiano le attività criminali su Internet […] La maggior parte dei software malevoli viene realizzata in Cina, in America Latina, Russia ed Europa dell’Est».

E la minaccia va ben oltre la diffusione di virus, come sostiene Kaspersky: oggi il termine malware «indica tutta una serie di attività criminali su Internet, dal racket degli attacchi DDOS fino all’uso di programmi per il phishing e la sottrazione di informazioni personali e finanziarie».

Le tesi di Kaspersky hanno, come prevedibile, suscitato reazioni di opposta natura: molti sostengono la limpidezza del suo pensiero, basato sull’analisi di fatti e dati incontrovertibili.
Ma molte sono state anche di sdegno, soprattutto da parte di alcuni esponenti della stampa specialistica. John Leyden scrive sul britannico The Register, in risposta a Kaspersky: «Cosa dire di tutti gli effetti benefici dovuti alla diffusione dell’informatica nei Paesi in via di sviluppo? Messi su una bilancia, gli aspetti positivi dell’informatica a basso costo sono sicuramente maggiori rispetto a quelli negativi dovuti alla possibilità di un uso illegittimo della tecnologia».

Intanto, le aziende informatiche (tra cui Microsoft, che ha deciso di puntare sul cosiddetto “PC a carte prepagate”) e le associazioni (ONU, università di vari Paesi, governi, ecc.) coinvolte nei progetti per i Paesi poveri sono sempre più numerose. La ricerca e lo sviluppo puntano oggi su architetture software open-source, dai costi ridotti e dalle possibilità illimitate di aggiornamento gratuito e personalizzazione: un modello che tuttavia non riesce ancora ad avere successo.

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